Il difficile tentativo di diventare adulti
- Alessia Ranieri
- Jul 8
- 3 min read
Non di rado, nelle terapie, emerge il tema dell'“adultità”.
A volte resta sommerso finché non accade qualcosa che ha l'aria di un temporaneo fallimento nel tentativo di emanciparsi dalla condizione di “non adulto”. Altre volte emerge chiaramente come qualcosa che ci si impegna attivamente a diventare; altre ancora, invece, come uno stadio avanzato del gioco della vita da cui si vorrebbe essere raggiunti rapidamente, quasi per investitura.
Ma cosa significa essere adulti?
Per molti significa essere responsabili, come se esserlo coincidesse con il fatto che gli altri possano fare affidamento su di noi. Per altri, invece, significa essere indipendenti, come se avesse a che fare con l'emanciparsi dal dover fare affidamento sugli altri.
Alcuni associano l'essere adulti all'avere un lavoro, una carriera, un'indipendenza economica o all'assumersi l'impegno di acquistare qualcosa di importante: una casa, una macchina. Per altri essere adulti vuol dire poter scegliere per sé, spingendosi oltre il bisogno del benestare della propria famiglia. Oppure poter finalmente definirsi come “un certo tipo di persona” e sentire così di aver acquisito un'identità precisa e riconoscibile anche agli occhi degli altri.
Guardate da lontano, queste idee di adultità sembrano andare tutte nella stessa direzione e assolvere, più o meno, alla stessa funzione: definire dei ruoli sociali.
L'idea di poterci definire è, per noi esseri umani, profondamente rassicurante. Anche quando ci definiamo come quelli che non si definiscono, che non stanno dentro nessun box, stiamo comunque tracciando delle linee di confine.
Eppure, nella stanza della terapia, a volte mi capita di vedere le persone crescere, sollevarsi, diventare adulte. E questo raramente coincide con l'aver assunto nuove responsabilità, con l'aver fatto un acquisto importante o con l'aver scelto qualcosa di controverso per sé.
Mi arriva invece la sensazione viscerale di stare seduta davanti a un adulto quando qualcuno mi porta idee apparentemente contrastanti senza più il bisogno di decidere quale sia quella più vera o più giusta.
Di recente ho letto Gli antropologi di Ayşegül Savaş e, nel libro, mi pare accada qualcosa di simile. I personaggi restano per gran parte del racconto sospesi in una zona liminale, tra la vita adulta che la società si aspetterebbe da loro e quella che, in effetti, stanno già vivendo.

Nel loro caso è attraverso la ricerca di un appartamento che cercano di definire il proprio modo di stare al mondo. E mentre la scrittrice sembra impegnata a dipingere, quasi in modo impressionistico, le trame dell'appartenenza e della distanza dal proprio sé del passato, si intravede la crescita dei protagonisti come persone che non hanno più così bisogno di essere soltanto di qua o soltanto di là. E così non hanno più bisogno di guardare agli altri come solo “di città” o solo “di campagna”, solo “noiosi” o solo “interessanti”.
Pagina dopo pagina affrontano un viaggio verso l'adultità, ovvero iniziano a tenere insieme la contraddizione di aver scelto una casa bella in un palazzo brutto, di avere amici estremamente intimi di cui sanno molto poco, di osservare qualcuno vicino invecchiare da lontano e qualcuno più lontano invecchiare da vicino.
Questo, forse, descrive ciò che nei miei termini è più vicino all'essere adulti.
Non è gettare le armi. È tenere insieme i pezzi.
È, forse, smettere di combattere una realtà che “non torna” e iniziare a vederla come qualcosa che è in divenire e che, proprio per questo, non ha bisogno di stare tutta da una parte o tutta dall'altra.
Adultità è, potremmi dire, sinonimo di complessità.
E la mia sensazione è che possiamo iniziare a sentirci adulti quando riusciamo a dirci che scegliamo cose che parlano ad alcune parti di noi, ma non a tutte; che stiamo facendo qualcosa che non avremmo mai pensato di fare e a cui, invece, ora troviamo un senso.
Quando possiamo sentirci lontani dal nostro sé di una volta senza sentirci morti o sconfitti.
Essere adulti è, forse, tenere insieme le contraddizioni.
O, quanto meno, smettere di temerle.



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