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Il punto di rottura: quando un'esperienza cambia il modo in cui vediamo noi stessi

Mi colpisce spesso come molte delle storie che ascolto si organizzino attorno a un "prima" e a un "dopo". Come è facile immaginare, molte volte l'evento che segna il punto di svolta coincide con esperienze dolorose o drammatiche. Ma non è sempre così.

I momenti in cui le persone sentono di essere cambiate possono essere molto diversi tra loro: un viaggio, un nuovo lavoro, un incidente, l'arrivo di un figlio, la diagnosi di una malattia, un trasferimento, la fine di una relazione, un periodo di disoccupazione, un percorso di psicoterapia, l'incontro o la perdita di qualcuno.


Ma come possono eventi tanto diversi assumere un significato così simile?



Quando un evento diventa esperienza


Al di là delle loro caratteristiche, questi eventi hanno qualcosa in comune: possono trasformarsi in esperienza. Possono cioè mettere alla prova ciò che crediamo di sapere su noi stessi e sul mondo, confermando alcune convinzioni e mettendone in discussione altre.

È in questi momenti che può emergere una linea di demarcazione tra ciò che eravamo e ciò che scopriamo di poter essere.

Pensiamo a come una separazione possa mettere in discussione l'idea di sé come partner, a come una malattia possa incrinare l'immagine di invulnerabilità che abbiamo di noi stessi o a come un trasferimento possa portare a ridefinire il proprio senso di appartenenza.

L'evento in sé conta, ma conta soprattutto il fatto che quell'evento renda possibile vedere, o rivedere, aspetti di sé in modo diverso.


La trasformazione dell'identità


Alcune di queste revisioni trovano spazio gradualmente. Altre volte arrivano in modo brusco, come se ciò che sapevamo di noi fino a quel momento non fosse più sufficiente a dare senso all'esperienza che stiamo vivendo.

Quando questo accade, non cambia soltanto il modo in cui interpretiamo ciò che ci è successo: può cambiare anche il modo in cui guardiamo a noi stessi. Alcune immagini di sé vengono confermate, altre si modificano, altre ancora perdono la loro capacità di spiegare chi siamo.


Pensiamo a una persona che ha sempre fatto affidamento sulla propria autonomia e che, a seguito di una malattia, si trova a dipendere dagli altri. Oppure a chi si è definito per anni attraverso una relazione che finisce. Ma processi simili possono accompagnare anche eventi attesi e desiderati. La nascita di un figlio, per esempio, può ridefinire profondamente il modo in cui una persona si percepisce e organizza la propria vita. Allo stesso modo, una promozione o l'inizio di un nuovo lavoro possono portare a confrontarsi con responsabilità e possibilità che modificano l'immagine che si ha di sé. In tutti questi casi non viene messo in discussione soltanto un ruolo o una circostanza, ma anche una parte dell'identità costruita attorno a quell'esperienza.


Per questo alcuni cambiamenti, anche quando desiderati, possono essere accompagnati da emozioni che ricordano il lutto: nostalgia, rabbia, disorientamento, incredulità. Non è tanto l'evento in sé a essere doloroso, ma il modo in cui quell'esperienza trasforma il rapporto con la persona che pensavamo di essere.


Siamo abituati a pensare al cambiamento come a un processo di acquisizione: imparare qualcosa, sviluppare nuove competenze, scoprire risorse che non sapevamo di avere. Più raramente consideriamo che ogni trasformazione comporti anche una rinuncia. Alcuni modi di interpretare noi stessi e il mondo smettono di funzionare come prima e non sempre possiamo portarli con noi.

È anche per questo che i punti di rottura possono essere così difficili da attraversare e da raccontare. Non riguardano soltanto ciò che stiamo diventando, ma anche il rapporto con ciò che siamo stati.

Ma come si fa a vivere senza i pezzi che abbiamo lasciato indietro?


Fare spazio a ciò che siamo stati


A volte le nuove parti di noi che incontriamo attraverso un'esperienza sono difficili da accettare o da portare nel mondo. Possiamo sentirci più vulnerabili, più incerti o semplicemente diversi da come avremmo voluto essere. In questi momenti può nascere il desiderio di tornare indietro, di recuperare l'immagine di noi che avevamo prima, come se fosse possibile cancellare ciò che abbiamo scoperto o appreso lungo il percorso.

Eppure le esperienze che ci trasformano continuano a far parte della nostra storia, anche quando facciamo fatica a riconoscerci nei loro effetti. Per questo il compito forse non consiste nello scegliere tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, ma nel trovare un modo per tenere insieme entrambe le cose.


Integrare il nuovo nel vecchio non significa rinunciare a una parte a favore dell'altra. Significa riconoscere che ogni trasformazione porta con sé un apprendimento e che quell'apprendimento può trovare posto nella narrazione che facciamo di noi stessi. In questo senso, il cambiamento non interrompe necessariamente la continuità della nostra identità: può diventare parte del filo che la tiene insieme.


Non serve recuperare quelle parti a tutti i costi, né convincerci che non fossero importanti per riuscire a vivere senza di esse. Al contrario, si tratta di fare spazio alla loro esistenza e accettare che, sebbene siano state fondamentali, oggi non bastano più, da sole, a raccontare l'intera storia. E forse è proprio nella convivenza tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati che possiamo continuare a riconoscerci.

 
 
 

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