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Riflessioni psico-politiche

Updated: Jun 2

Mi sono assentata dai social per un po’, nel tentativo di capire quale pezzo di mondo volessi davvero osservare, abitare e raccontare.

In questi mesi non ho scritto contenuti miei. Non ho però smesso di condividere parole, pensieri e riflessioni di persone e pagine che riuscivano a dare voce a qualcosa che sentivo anch’io.

E mentre lo facevo, mi sono ritrovata davanti a quella che, sempre più chiaramente, mi è sembrata una questione difficile da ignorare:

la professione dello psicologo, nella sua essenza, è una professione politica.


Riflessioni psicologia

Perché se ci si occupa di benessere, ci si occupa inevitabilmente di persone. E se ci si occupa di persone, ci si occupa anche di diritti: possibilità, accesso, tutela, libertà.

E allora viene da chiedersi: occuparsi di diritti non è forse un atto politico?


Questa riflessione mi ha scombussolata. Non perché non mi fossi accorta prima di quanto promuovere il benessere significhi anche difendere diritti umani imprescindibili, ma perché questa volta ho sentito con forza la necessità — quasi l’inevitabilità — di prendere posizione davanti ad alcune questioni.

Non sono più riuscita a stare di fronte alle notizie, agli eventi, ai fatti di cronaca senza avvertire quel disagio sottile, quel prurito interiore che mi spingeva a chiedermi da che parte stessi guardando il problema.


In alcuni casi non ho avuto dubbi.

La guerra è sempre sbagliata. Nessun interesse economico, territoriale o ideologico può valere la vita di una persona innocente. Nessuno dovrebbe morire per qualcosa che esiste al di sopra e al di fuori della propria possibilità di scegliere.


In altri casi, invece, mi sono trovata a interrogarmi a lungo.

Quando ha davvero senso togliere un bambino ai propri genitori? Quando dire “ti amo” a un figlio è un atto di cura e quando, invece, rischia di diventare altro? Quando stiamo discutendo soltanto per il bisogno di avere ragione e quando, invece, stiamo cercando sinceramente di capire quali pratiche, limiti e possibilità siano accettabili in un mondo che comprendiamo solo in parte?


Non ho conclusioni definitive. E probabilmente non potrei averle.

Molto spesso, rispetto alle questioni di cui discutiamo, ci mancano elementi essenziali per comprendere davvero i contesti in cui le cose accadono.


Quello che però sento di poter condividere è questo: alcune domande, più ancora delle risposte, sembrano avere il potere di spostare il pensiero un po’ più in là.

“Per chi stiamo scegliendo?”

“Chi stiamo tutelando?”

“Che cosa ci spaventa davvero di questa situazione?”

"Perché questo problema è così rilevante per me/noi proprio adesso?"


Probabilmente queste domande non risolveranno i problemi rispetto ai quali ci interroghiamo. Ma forse possono aiutarci, qualche volta, a uscire dalla logica dello scontro e ad entrare in un terreno in cui non c’è necessariamente qualcuno da combattere, ma delle persone da comprendere. Un terreno in cui possano convivere punti di vista diversi senza perdere di vista la tutela del benessere di ciascuno.


Forse ciò che possiamo fare è provare a creare un dialogo.

Non uno scontro. Non un tentativo di stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Ma uno spazio di scambio in cui sia possibile accettare che, giocando il gioco delle parti, nessuno sia salvo per sempre e nessuno sia cattivo per sempre.


Magari è ingenuo pensarlo, ma credo possa valere la pena provarci.


You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one.

 
 
 

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