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L’assenza del villaggio. Condizione o scelta?


Mi capita sempre più spesso di incontrare millennials che si rendono conto di quanto sarebbe bello avere un villaggio attorno a sé e che osservano come la loro sia forse la prima generazione a crescere dei figli senza poter contare su una rete di sostegno stabile e vicina.


Di fatto, negli ultimi decenni il villaggio, per come lo conoscevamo, si è progressivamente dissolto.



I millennials sono grandi viaggiatori. Molti hanno lasciato la propria città d’origine e alcuni si sono spostati così tante volte da fare del movimento stesso l’unica vera forma di stabilità. La hall di un aeroporto è diventata familiare quanto il salotto di casa. L’aereo si prende con la naturalezza con cui un tempo si prendeva l’autobus per andare in città. Gli incontri con la famiglia e con gli amici di sempre sono spesso riservati alle festività o alle occasioni speciali.


Naturalmente la migrazione non è una novità nella storia umana. Ciò che è cambiato sono le ragioni e le modalità dello spostarsi.


Se un tempo si partiva alla ricerca di fortuna, con una valigia di cartone e poche prospettive definite, oggi gli spostamenti sono spesso il risultato di scelte accuratamente pianificate. Si cercano le università migliori, le opportunità professionali più promettenti, le esperienze internazionali capaci di arricchire il curriculum e favorire la realizzazione personale.


In questo senso, molti millennials hanno progressivamente abbandonato una logica di appartenenza: “vado dove c’è qualcuno che conosco, qualcuno che può aiutarmi, un compaesano”. Hanno rinunciato alla possibilità di condividere la quotidianità con persone che parlavano la stessa lingua emotiva e culturale, scegliendo invece percorsi orientati alla crescita individuale, agli obiettivi personali e all’autonomia.


Per questo, a volte mi domando se ciò che oggi chiamiamo “villaggio” sia davvero ciò che desideriamo.


Forse, nel lamentarne l’assenza, non stiamo cercando una comunità nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto una rete di professionisti e servizi altamente specializzati che possa occuparsi dei problemi pratici nostri e delle nostre famiglie quando non riusciamo a farlo da soli.


Mi chiedo se ciò che abbiamo lasciato indietro lungo molti percorsi di formazione e realizzazione personale non sia proprio l’imperfezione. Quelle ammaccature della vita che la rendono complessa, autentica e profondamente umana.


Ho la sensazione che il villaggio nasca, si nutra e si rafforzi proprio lì dove l’imperfezione non viene negata, ma riconosciuta e accolta come parte inevitabile dell’esperienza umana.


Lo osservo quando qualcuno abbandona l’immagine perfetta e patinata che proietta sui social per raccontare la rabbia provata durante una discussione familiare. Quando si smette di fingere di “farcela sempre” e si trova il coraggio di condividere un senso di colpa, una stanchezza profonda, il desiderio di fuggire o una fragilità.


È proprio in quell’assenza di eccellenza e perfezione che noto come le persone riescano ancora oggi a sentirsi vicine.


Ed è lì che il villaggio, apparentemente scomparso, torna a mostrarsi.

Attorno a noi. Tra di noi.

Come qualcosa che é sempre stato lì ma non sapevamo di potervi accendere, di potervi far parte.


Forse il villaggio non è un luogo.

Forse è un modo di stare al mondo. Una disponibilità reciproca a mostrarsi e riconoscersi umani, simili e bisognosi. Soli, a volte affaticati, ma anche capaci di sostenersi a vicenda nelle tempeste quotidiane.

Non perfetti. Presenti.


 
 
 

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